Busa delle vette

Il sito, identificato da Piergiorgio Cesco Frare e Gabriele Fogliata, si presenta come un complesso pastorale articolato in cinque recinti principali e alcune strutture minori, tutti costruiti in pietra a secco locale.

Durante la campagna di ricerche 2014 è stata effettuata un’analisi dettagliata delle tessiture murarie, delle relazioni stratigrafico-cronologiche che intercorrono tra i diversi recinti. La tecnica muraria a secco impiegata, apprezzabile nelle parti più preservate, è costituita da grandi lastre regolari (lunghe fino a 1 m) di rosso ammonitico su cui sono state giustapposte delle pietre a spigoli vivi in biancone di dimensioni medie intorno ai 30 cm e di forma approssimativamente cubica. La costruzione dei muri è probabilmente avvenuta contemporaneamente allo spietramento dell’area interna.

È presumile che i muri siano stati ristrutturati annualmente. In alcuni punti i muri a secco superano il metro di altezza e questo indizia un abbandono relativamente recente. I recinti sono tutti orientati ortogonalmente alla linea di massima pendenza del versante, a protezione dell’area interna contro il detrito.

L’elemento principale del complesso (denominato R1) ha forma semicircolare in pianta e forma una sorta di “D”. Gli altri hanno invece muri che si incontrano ortogonalmente tra loro anche se, in alcuni casi, presentano angoli arrotondati. È stato quasi sempre possibile proporre una cronologia di costruzione dei 5 elementi strutturali identificati.

Nello stesso anno la campagna di ricerca si è focalizzata sullo scavo di alcuni saggi esplorativi di 1×1 m presso il grande recinto pastorale multiplo , nonché sulla ricognizione archeologica dell’area della Busa delle Vette e di alcune aree limitrofe. Nell’autunno 2013 è stato operato dalla ditta Zeta Esse S.C., in previsione delle ricerche, un rilievo tramite drone dell’intero complesso.

Scopo principale delle indagini archeologiche era quello di chiarire l’origine, la cronologia e l’evoluzione del complesso investigato.

I sondaggi 1 e 1B hanno restituito un discreto numero di piccoli frammenti di ceramica grezza (tra i quali anche frammenti di orlo esoverso), un frammentino di metallo, frammenti di osso, alcuni denti di capri-ovino, da un livello più profondo è inoltre emersa una scheggia di selce di industria e, ovunque, abbondanti carboni (a volte associati a lenti di terreno bruciato in posizione secondaria).

Nel corso dello scavo sono stati campionati nei sondaggi 1 e 1B (vedi figura) alcuni carboni per datazione radiocarbonica. Allo stesso metodo di datazione è stato sottoposto uno dei denti rinvenuti. Le date testimoniano una frequentazione riferibile all’inizio del XI sec. d. C. e una più tarda intorno alla fine del XV sec. d. C.

Il quadro che si evince da queste prime ricerche è entusiasmante perché caratterizzato da una articolata frequentazione nel tempo. Alcuni luoghi chiave della conca indagata sembrano essere stati occupati stagionalmente in maniera più o meno continua fino ad epoca recente come testimoniato da rinvenimenti di superficie di abbondante materiale litico. Questo è indizio di una possibile continuità dell’attività antropica in quest’area di alta quota.

I dati raccolti durante questa campagna, seppur preliminari, confermano l’eccezionale importanza archeologica di questo settore del Parco (già indiziata dai rinvenimenti del non lontano Riparo Tomàss, Valle di Lamen, a 920 m), non soltanto per la conoscenza della storia della pastorizia nel feltrino, ma anche e soprattutto per la comprensione dell’evoluzione del rapporto uomo-montagna in ambito montano, indagata contemporaneamente anche in altre zone dell’arco alpino.