Ceramica

La ceramica neolitica del sito di Lugo di Grezzana (VR), campagne di scavo 1995,’96,’97, nell’ambito degli studi sulla cultura di Fiorano*

(*) Sintesi del lavoro di laurea svolto da Arianna Miorelli.

In questa tesi viene presentata la ceramica rinvenuta a Lugo di Grezzana (VR) fra il 1995 e il 1997 (settori V, VI, VIII e IX) ed una storia degli studi sulla cultura di Fiorano.

Il sito si colloca nella media Valpantena, ad una quota di circa 300m s.l.m., fra il fondovalle ed il versante, su di un terrazzo fluviale del Torrente Progno.

Dopo la scoperta, avvenuta nel 1990, è stato oggetto di sei campagne di scavo da parte della Soprintendenza Archeologica del Veneto, Nucleo operativo di Verona e del Dipartimento di Scienze Filologiche e Storiche dell’Università di Trento, sotto la direzione del dottor Luciano Salzani e della dottoressa Annaluisa Pedrotti.

L’insediamento è stato attribuito al Neolitico antico, e precisamente, alla cultura di Fiorano.

Questo lavoro ha lo scopo di dare conferma a quest’attribuzione e di chiarire quali furono le caratteristiche della ceramica di Lugo. L’industria ceramica vi è analizzata quale specchio degli influssi e delle relazioni di questa comunità all’interno del Neolitico italiano.

Nel I Capitolo è illustrata la geografia della valle in cui si colloca il sito.

La Valpantena ha dimensioni prealpine, ma è aperta agli influssi mediterranei che le arrivano attraverso la Pianura Padana, tanto che si può definire “un ampio e profondo golfo dell’alta pianura veronese all’interno dei Lessini collinari”. Fu occupata dall’uomo sin dal Paleolitico inferiore, per il suo ambiente ospitale, il clima mite, la dolcezza delle colline, ma anche per la ricchezza di giacimenti selciferi, l’estensione dei boschi e la vicinanza di sorgenti, preziose in un territorio carsico e povero di acque.

Le prime comunità agricole neolitiche vi svilupparono “un’importante attività mineraria ed artigianale della selce”, da qui diffusa nell’Italia settentrionale e centrale, per circa 4.000 anni. La scoperta del nostro insediamento parrebbe attestare che, nel primo Neolitico, lo scambio di selce lessinica fosse regolato dalla cultura di Fiorano “per un contatto diretto con i vari gruppi del Neolitico antico”.

Nel II Capitolo sono presentati i principali studi sulla cultura di Fiorano, a partire dall’articolo di Gaetano Chierici sul primo numero del Bullettino di Paletnologia Italiana (1875) fino agli studi più recenti. Si è ritenuto interessante inquadrare questi lavori all’interno delle teorie sul neolitico italiano, discordanti fino agli anni ’50, cioè alla pubblicazione della stratigrafia delle Arene Candide.

Negli ultimi decenni del secolo scorso, figure quali quelle di Chierici, Orsi e Pigorini, contribuirono alla nascita della paletnologia italiana, con lavori che ancor oggi mantengono un alto valore scientifico. Chierici, in particolare, attribuì alla prima fase dell’età della pietra i “fondi di capanna” da lui scavati nel Reggiano e individuò nei materiali che ne emersero alcuni degli elementi tipici di quella che sarà definita da Malavolti “cultura di Fiorano”.

I primi anni del ‘900 videro la contrapposizione fra la scuola romana e quella fiorentina. A Roma, Pigorini riteneva che in Italia non fosse esistito il paleolitico superiore e che il neolitico vi fosse stato importato da una “speciale immigrazione”, mentre gli studiosi fiorentini (fra cui Mantegazza e Mochi) ritenevano che il processo di neoliticizzazione fosse avvenuto come “un innesto di elementi nuovi sul vecchio tronco ancor vegeto di quelli preesistenti … con la pervasione di piccoli gruppi umani a industria superiore tra le stirpi antiche, ossia con il contatto tra due culture”.

Dopo la morte di Pigorini, avvenuta nel 1925, il suo successore sulla cattedra di Paletnologia, a Roma, Ugo Rellini, operò una mediazione fra le opposte opinioni, ammettendo l’esistenza di un periodo intermedio fra paleolitico e neolitico, che chiamò “miolitico” e ipotizzando uno sviluppo, almeno in parte, autonomo del neolitico europeo.

Negli anni ’30 e ’40, Patroni seguì questa teoria e ritenne i “fondi reggiani” contemporanei e influenzati dal neolitico meridionale con ceramica dipinta.

La Laviosa Zambotti, nel 1943, introdusse il termine neo-eneolitico per definire “tutto il complesso delle culture di tipo agricolo discernibili in Europa prima dell’avvento della età ben differenziata del bronzo” e ne rilevò i “caratteri di personalismo e di originalità” che facevano pensare che si fosse sviluppato per una “pacifica e lenta azione di multiformi correnti” e che esse si fossero fuse e confuse con gli elementi culturali preesistenti. In base allo studio del materiale emerso a Chiozza di Scandiano e di quello rinvenuto dal Chierici, la studiosa riteneva che gli abitati emiliani “rivelassero un complesso culturale molto caratteristico che si era venuto palesemente costituendo per diretto impulso delle correntimeridionali” (Civiltà di tipo Matera), anche se i reperti rivelavano un “quadro culturale … un pocostantio e attardato rispetto alle più fiorenti stazioni meridionali.
Negli anni ’50, Fernando Malavolti intuì l’esistenza, definì e collocò in una precisa scansione cronologica la cultura di Fiorano. Lo studioso, infatti, sulla base degli scavi dei siti di Fiorano e del Pescale e dei materiali già emersi e studiati dal Chierici e dalla Laviosa Zambotti, ritenne di poter così definire la prima fase del neo-eneolitico emiliano e di distinguere all’interno dei materiali fino ad allora considerati come un insieme unitario quelli che appartenevano alle culture, da lui designate, di Fiorano, di Chiozza e del Pescale.

In quello stesso decennio, Luigi Bernabò Brea fornì un paradigma di riferimento che unificò i pareri fino ad allora contrastanti sul neolitico italiano, distinguendo fra neolitico inferiore, medio e superiore in base ad una stratigrafia sicura, cioè quella delle Arene Candide.

Antonio Radmilli, nel 1954, coniò il termine “Sasso-Fiorano”. Secondo lo studioso, infatti, “la straordinaria affinità fra il materiale di Fiorano e quello del Sasso lascia(va) supporre un’origine comune delle genti che abitarono le due località.”

Negli anni ’60, Alberto Broglio e Lawrence Barfield contribuirono a definire meglio i caratteri della cultura di Fiorano.

Broglio ridefinì i caratteri dell’industria litica e diede il nome di “bulino di Ripabianca” al “bulino a stacco laterale su incavo laterale”.

Assieme a Barfield, poi, individuò nel sito de Le Basse di Valcalaona l’insediamento più nord-orientale della cultura, contribuendo così alla determinazione dell’effettiva estensione della cultura.

Lawrence H. Barfield, nel 1972, in base al riesame del neolitico dell’Italia settentrionale, estese la cultura di Fiorano al Veneto meridionale e al Cremonese, oltre che alla zona di Imola.

Le ricerche svolte negli anni ’70 e ’80 da Bagolini e Biagi rivelarono l’esistenza di diverse culture nel neolitico dell’Italia settentrionale e permisero di definire meglio i diversi aspetti della cultura di Fiorano e di collocarla nel Neolitico inferiore.

Gli scavi svolti dai due autori, infatti, rivelarono l’esistenza dei gruppi del Vhò, del Gaban e di Fagnigola, che presentavano forti affinità con questa cultura nelle industrie litiche, ponendo il problema di un “comune substrato litico” derivato dal Mesolitico locale, sul quale esse si sarebbero “innestate ed autonomamente sviluppate sotto molteplici influssi culturali”.

Le ultime scoperte stanno permettendo di allargare la sfera di influenza di questa cultura che pare gestire e controllare importanti traffici, quali quelli della selce e della pietra verde, nell’ambito dell’Italia settentrionale e centrale.

A questo capitolo sono correlate delle tabelle tipologiche, in cui sono presentati i reperti ceramici della cultura di Fiorano così come furono pubblicati a partire dalla fine del secolo scorso. Sono state riprodotte le illustrazioni originali e le descrizioni date dai diversi autori, per permettere al lettore di avere l’immediata percezione di come si sia evoluto il modo di illustrare e di descrivere la ceramica preistorica.
Il III Capitolo è dedicato, più specificamente, alla ceramica di Lugo che viene presentata in tutti i suoi aspetti (impasto, forme, decorazioni, distribuzione nelle unità stratigrafiche dei diversi settori) e confrontata con quella degli altri siti neolitici dell’Italia settentrionale e centrale.

I settori V, VI, VIII e IX, hanno restituito 127 orli (per il 78% diritti, lisci), 123 anse (tutte, tranne una, verticali a nastro), 41 carene (per il 46% decorate) e 42 fondi (con il 43% di fondi a tacco ed il 10% di peducci).
Questi reperti costituiscono un insieme omogeneo, che conferma l’attribuzione dell’insediamento alla cultura di Fiorano.

Le forme e le decorazioni, infatti, sono quelle tipiche di Fiorano: boccali (tazze caranate) decorati riccamente da incisioni a solcatura, impressioni e tubercoli sulla carena e sulle anse; ollette; orci decorati da cordoni lisci e tubercoli sulle anse; bicchieri troncoconici anch’essi decorati da cordoni.

In questi settori non si sono potute individuare, forse per la frammentarietà dei reperti, scodelle (con anse sopraelevate e non) e fiaschi globosi quadriansati, peraltro presenti nei saggi III e IV.

Alcuni elementi, però, indicano che Lugo di Grezzana ha subito gli influssi della vicina cultura del Vhò. La decorazione plastica-impressa, corrispondente a cordoni a tacche e bugne impresse sulla carena o sulla parete e da tubercoli impressi posti sull’ansa, rappresenta il 9% delle tecniche decorative. Questo tipo di decorazione, ed in particolare i cordoni, sono diffusi in tutti i siti del Vhò e si accompagnano spesso ai tipici bicchieri, anch’essi presenti a Lugo.

Altro indizio di questi influssi è dato dai fondi a tacco che costituiscono il 43% dei fondi ritrovati nel nostro sito.

Influssi, in senso inverso, dalla cultura di Fiorano a quella del Vhò sono provati dal ritrovamento a Casa Gazza di un boccale con decorazione composita molto simile ad uno di Lugo.

I contatti con la cultura di Ripoli, già rilevati in base allo studio dei materiali dei sondaggi III e IV, sono confermati dai frammenti di un fiasco con bugnette (presette?) attorno all’orlo, così come gli influssi peninsulari sono attestati dal frammento di vaso con anse interne.

Diversamente da quanto già rilevato, per i saggi III e IV, la ceramica figulina è documentata, nel settore IX (US 231, 251 e 252 della struttura 235, parte di una struttura infossata) da 31 frammenti (gr.121,05, cioè l’1% del peso totale dei reperti ceramici). Molto interessante il fatto che alcuni di essi, decorati da solcature sull’ansa e “chicchi di grano” sulla carena, appartengano alla forma più tipica di Fiorano, cioè il boccale (tazza carenata).

Questo fatto mi ha portato a considerare la possibilità che la ceramica figulina fosse prodotta localmente. Solo future analisi sulla natura dell’argilla utilizzata potranno rivelare quale sia la sua origine e dare fondamento a quest’ipotesi.

Possibile indizio dell’appartenenza di alcune zone del sito ad una fase avanzata della cultura di Fiorano è, insieme alla presenza di diversi reperti decorati da motivi graffiti (settore V, US 113 e settore IX, US 214, 231, 251 e 252), il ritrovamento di due frammenti di orlo diritto, liscio (US 231) e di uno decorato a tacche (settore V, US 137), che sembrano riferirsi a vasi a bocca quadrata. Un altro orlo, poi, presenta una decorazione graffita “a scaletta” ed un impasto che si distacca da quello degli altri reperti di Lugo (US 113).

A Savignano sono presenti strumenti a ritocco foliato, a Le Basse di Valcalaona alcuni frammenti si distinguono dagli altri per l’impasto e la decorazione graffita, a Fimon Pianezze, in unica lente carboniosa oltre a reperti ceramici di tipo Fiorano sono stati trovate forme della prima fase dei V.B.Q. e reperti con impasto Fiorano e decorazioni incise e graffite che trovano confronti alle Arene Candide e alla Pollera in livelli pre-V.B.Q.
Il problema dei rapporti fra Fiorano e i V.B.Q. venne affrontato, in diversi lavori da Broglio e Barfield, che ammettevano la “tenue possibilità” che fossero esistite delle relazioni nella fase antica della cultura dei Vasi a Bocca Quadrata e che definivano “possibile, ma non provata” la parziale coesistenza fra le due culture.

Secondo Annaluisa Pedrotti e Elodia Bianchin Citton, il fatto che, a Fimon Pianezze, reperti d’impasto Fiorano fossero decorati con motivi graffiti propri della prima fase dei V.B.Q. poteva essere indizio della parziale contemporaneità delle due culture nelle Valli del Fimon, benchè questa tesi dovesse aspettare di essere confermata da dati stratigrafici.

Lugo, dunque, potrebbe confermare questa contemporaneità. Ci si augura che lo studio della litica dei settori V-VIII fornisca altri elementi utili a chiarire i rapporti fra la cultura di Fiorano e quella dei Vasi a Bocca Quadrata, poiché dai saggi III e IV provengono alcuni strumenti litici in corso di lavorazione con ritocco piatto, oltre a frammenti decorati “a scaletta” su pasta consistenza cuoio e molti frammenti di orlo decorati a tacche.

Nella US 117 (saggio IV degli scavi 1993) sono stati, però, rinvenuti dei vasi a profilo troncoconico, talvolta decorati da file di unghiate, che si ricollegano alla Ceramica Impressa adriatica. Questo potrebbe far pensare all’esistenza di una stratigrafia orizzontale all’interno del sito, con zone più antiche ed altre più recenti.

Il secondo volume raccoglie le tabelle tipologiche, le tavole, le schede dei reperti ceramici ed alcune carte e planimetrie del sito.

 

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