Sperimentazione sulle modalità di degrado e riempimento delle sottostrutture

L'attività sperimentale rientra nel progetto di dottorato di Fabio Cavulli, conseguito nel 2006 presso l'Università di Padova, Dipartimento di Scienze archeologiche. Il progetto si proponeva di affrontare in modo innovativo un aspetto problematico e molto discusso della Paletnologia Italiana: la caratterizzazione funzional-strutturale degli insediamenti del Neolitico antico in Italia settentrionale. I risultati della ricerca sono in seguito confluiti in diversi articoli e nella monografia "Abitare il Neolitico. Le più antiche strutture antropiche del Neolitico in Italia Settentrionale".

All'interno del dibattito sulla funzionalità delle strutture antropiche infossate Cavulli ha affrontato il problema della stagione in cui queste evidenze venivano scavate e del lasso di tempo intercorso tra questo momento e il loro definitivo riempimento. I dati per rispondere a tale interrogativo sono stati raccolti attraverso un'accurata attività di archeologia sperimentale che ha visto l'apertura di tredici buche, suddivise in quattro periodi dell'anno e riempite secondo modalità diverse, che hanno fornito nuovi dati sul processo di degrado e riempimento delle evidenze. Il lavoro sul campo si è tenuto tra il 2004 e il 2005 in un appezzamento denominato località Giaroni a San Michele all'Adige (TN), messo a disposizione dell'Università di Padova dall'Istituto Agrario di San Michele all'Adige.

Nello specifico la sperimentazione mirava a rispondere ad alcuni interrogativi riguardanti il profilo delle fosse e il loro riempimento. Spesso nella letteratura scientifica è stato dichiarato, senza però basarsi su casi concreti o sperimentazioni, che i siloi a pareti introflesse, se lasciati aperti per un certo lasso di tempo, assumono per degrado un profilo cilindrico o “a clessidra” (a “X”). La sequenza di riempimento, inoltre, risulta spesso simile in strutture di insediamenti diversi: una lente semi-sterile di pochi centimetri sul fondo, uno o più strati organici che riempiono gran parte del volume della fossa e infine uno strato poco spesso a sezione lenticolare e con pochi materiali che colma la buca. Si suppone quindi che le fosse si siano riempite in modo simile: prima sono state lasciate aperte, poi riempite intenzionalmente con uno o più scarichi e infine colmate naturalmente con materiale trasportato dalla superficie circostante. La sperimentazione si proponeva, quindi, di verificare tutte queste ipotesi e stabilire, se possibile, tempi di riempimento e stagioni di attività.

I risultati restituiscono una varietà di morfologie legate in primo luogo all’intensità della pioggia, quindi alla stagione di scavo. In primavera e in estate il fondo diventa leggermente concavo e si verifica un leggero allargamento alla base delle pareti; in autunno i profili ottenuti dalla sperimentazione sono molto irregolari, a clessidra; le forme più regolari sono state ottenute durante l’inverno. Profili aggettanti (introflessi) e a clessidra sono quindi stati ottenuti per degrado naturale di morfologie inizialmente cilindriche regolari, verificatosi anche in pochi giorni di esposizione quando le piogge erano intense e le temperature non ancora rigide. 

La morfologia regolare di molte fosse del primo Neolitico nel Nord Italia indica la stagione invernale come periodo di “esposizione”, ovvero come periodo in cui la struttura è rimasta aperta dopo il suo scavo oppure dopo il suo svuotamento da derrate, foraggio o altro: la seconda ipotesi sembra la più ragionevole.

Nei riempimenti la materia organica si compatta e si trasforma in modo molto efficace e veloce. La geometria di deposizione degli strati è significativa della loro natura: riempimenti intenzionali semplici hanno normalmente superficie superiore convessa, mentre l’erosione delle pareti deposita sedimento ai lati conferendo allo strato una superficie concava.

 

Bibliografia

CAVULLI F. 2008, Abitare il Neolitico. Le più antiche strutture antropiche del Neolitico in Italia Settentrionale. Preistoria Alpina, 43/2008 - Suppl. 1.

 

      

Fig. 1 - Area sperimentale: isoipse della superficie delle buche e degli accumuli (CAVULLI 2008: 280, Fig. 6.67).

Fig. 2 - Modello 3-D dell'area sperimentale, diverse viste (da CAVULLI 2008: 280, Fig. 6.68).