«Non parlare la nostra lingua quando vieni a prendermi a scuola»

conservare o perdere una lingua in una famiglia migrante


Il 18 dicembre è la Giornata Internazionale per i Diritti dei Migranti. In questo giorno, nel 1990, l'ONU ha firmato la Convenzione internazionale sulla protezione dei diritti dei lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie. Perché raggiungesse la soglia necessaria alla sua realizzazione – essere accettata in 20 Paesi – ci sono voluti altri tredici anni. Lo scopo principale della Convenzione è proteggere i diritti umani di 250 milioni di persone in tutto il mondo che vengono identificate come migranti. In pochi sono a conoscenza di questa data e del fatto che tra i diritti dei bambini stilati dall'UNESCO è incluso quello a ricevere un'educazione nella propria lingua madre.

Migrazione, reinsediamento e perdita della lingua sono sempre stati presenti nella storia della mia famiglia. Purtroppo, dopo la seconda guerra mondiale, il tedesco e il ceco sono andati perduti molto rapidamente. Adesso tutto ciò che mi lega a quel passato complesso sono poche fotografie e gli appassionati aneddoti sul modo in cui la mia bisnonna tedesca – Maria Vanek, nata Limberger – ha affrontato le barriere linguistiche sposando il mio bisnonno ceco e vivendo in Croazia. Nel suo ritratto scattato dal fotografo Viktor Furst si può leggere un testo bilingue in tedesco e croato che dice: «Accolgo i clienti a dispetto del tempo, nei giorni sereni e in quelli nuvolosi…».
È la testimonianza della piccola comunità, formata da parlanti di lingua tedesca e bene integrata, che utilizzava le due lingue al lavoro e nella vita privata e che ha perso la propria per via dell'indesiderato legame con l'orribile periodo dell'occupazione nazista. Una recente ricerca condotta a Osijek, città partner di un progetto europeo e una tesi di dottorato realizzata dalla dottoressa Klara Bilic Mestric, mostra gli sforzi compiuti dall'attuale comunità dei discendenti che ancora abita questa regione per riportare l'uso del tedesco in famiglia e nel contesto sociale.

La mia esperienza personale si basa su trascorsi personali e lavorativi a Londra. Con il mio primo incarico per il British Refugee Council sono entrata in contatto, senza sapere a cosa andassi incontro, con il lato peggiore della migrazione. Mi sono occupata delle vittime di pulizia etnica della guerra in Bosnia ed Erzegovina, che l'ONU e la Croce Rossa hanno recuperato dai famigerati campi di concentramento sorti dopo la seconda guerra mondiale, dove erano stati torturati e ridotti alla fame.
La nostra equipe di assistenti sociali bilingui aspettava l'arrivo dei voli privati. «Benvenuti a Londra» dicevamo, e una risposta frequente era: «Londra?! Ci avevano detto che stavamo andando in Germania!
Là ho famiglia». Alcune di queste persone avevano passato mesi, anni di battaglie legali per essere trasferite e riunirsi con la propria famiglia. Spesso si rifiutavano di imparare l'inglese, era l'unico modo che avevano di resistere e protestare contro quella migrazione forzata.

Per conto di Amnesty International e del tribunale penale internazionale dell'Aia interpretavamo senza interruzioni i dettagli della loro terribile esperienza. Quello che ricordo di più è come la temperatura del mio corpo scendesse, e i brividi che mi percorrevano alla fine di ogni sessione, a dispetto della temperatura nella stanza. Era un riflesso incondizionato per gli orrori che descrivevano quelle persone.
Spesso pensavo: «L'Europa come ha potuto permettere che succedesse questo, di nuovo?»

Una volta finito il processo, siamo stati dislocati per dare sostegno a queste famiglie nel trasferirsi in diverse comunità a Londra e nell'Essex. Chi accettava quella ritrovata libertà e la sua nuova vita cercava di imparare l'inglese e di mandare i figli nelle scuole locali. Solo pochi mesi dopo il loro arrivo mi è stato confidato che molti bambini dicevano ai genitori: «Quando vieni a prendermi a scuola non parlare nella nostra lingua».
Si trattava di «incidenti critici». Quelle persone avevano perso la casa, e ora temevano di perdere la lingua, l'identità, i legami personali e familiari. Simili episodi mi hanno spinta a mostrare tutti quei fattori nell'ambiente scolastico e in generale nella comunità che portavano i figli dei migranti a privarsi degli unici beni rimasti a loro disposizione: la lingua e la conoscenza che essa comporta.

Il mio primo tentativo è stato creare un gruppo bilingue di scrittura creativa dove alcuni di questi giovani hanno attinto alle loro incredibili esperienze per realizzare un'opera teatrale bilingue, Naturalised, messa in scena al Royal Court Theatre di Londra. In seguito la comunità si è rivolta a me per aprire una scuola madrelingua a South Ockendon, un sobborgo di Londra.
Questa iniziativa ha coinciso con l'arrivo a Londra di mia madre – Vera Mehmedbegovic, nata Salovac – che all'epoca era un'insegnante in pensione con quarantuno anni di esperienza alle spalle. Ha accettato con grande entusiasmo di dirigere la scuola per molti anni. Era meraviglioso vederla mentre dedicava il suo tempo a pianificare il lavoro, a procurarsi libri, mappe e altri materiali, e a scrivere un diario dove documentava lo sviluppo della prima scuola di quel tipo per la comunità. La scuola è diventata la sua ragione di vita e il suo scopo nel suo esilio personale.
Il progetto mi ha portata a mostrare quelli che nella letteratura scientifica vengono definiti fattori di «violenza simbolica» con uno scopo complessivo: contribuire allo sviluppo di una politica educativa e di una pratica grazie a cui nessun bambino senta il bisogno di nascondere la propria lingua e nessun genitore, piccola o grande che sia la famiglia, debba temere l'alienazione provocata dalla perdita della propria lingua madre.

Sono consapevole che tutto ciò è molto idealistico, ma sono portata a citare un famoso immigrato, morto in tragiche circostanze nel paese che lo ospitava, John Lennon: «You can say: I’m a dreamer, but I’m not the only one …».
È proprio così, non mi sento sola in questa missione. È molto incoraggiante il lavoro di numerosi, eccezionali colleghi nell'ambito della ricerca e nelle scuole a Londra, in tante altre città e diversi Paesi, che condividono quest'obiettivo e hanno dato un grande contributo in questo campo e alle esperienze dei bambini. Una di queste iniziative è Translation Nation.
Per consultare la mia ricerca e il mio progetto seguite i link sottostanti. E buona Giornata Internazionale per i Diritti dei Migranti: «Imagine all the people sharing all the world…»
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Articolo di Dina Mehmedbegovic pubblicato sul sito di Bilingualism Matters 18 dicembre 2017
Traduzione di Andrea Guelfi
Link per ulteriori approfondimenti:
Bak, TH and Mehmedbegovic D (2017) Healthy Linguistic Diet: the value of linguistic diversity and language learning across the lifespan
Kolenic, Lj. & Bilic Mestric, K (2015) Multilingualism in Osijek: LUCIDE City ReportTranslation Nation
Mehmedbegovic, D and Bak, TH (2017) Towards an interdisciplinary lifetime approach to multilingualism: From implicit assumptions to current evidence
Mehmedbegovic, D. (2017) What every policy maker needs to know about cognitive benefits of bilingualism
Mehmedbegovic, D. (2017) Engaging with Linguistic Diversity in Global Cities: Arguing for ‘language hierarchy free’ policy and practice in education