Come supportare i bambini bilingui che presentano un disturbo dello spettro autistico

In Inghilterra più di un bambino su cinque in età scolastica parla l’inglese come seconda lingua (English as an additional language – EAL), e a circa uno su sette è stato diagnosticato un disturbo specifico di apprendimento (DSA) o disabilità (SEND – Special educational need or disability).

Solitamente ci vuole del tempo per identificare un DSA in un alunno che utilizza l’inglese come seconda lingua, e spesso non viene per nulla identificato, in quanto le difficoltà riscontrate in inglese vengono molte volte erroneamente attribuite al fatto che il bambino usi una nuova lingua. Per questo i bambini multilingui con bisogni speciali vengono spesso trascurati e poco aiutati.

Alle famiglie multilingui il cui bambino presenta un disturbo dello spettro autistico spesso i professionisti consigliano di parlare una sola lingua (quasi sempre l’inglese) anziché le due o più lingue parlate dalla famiglia. Questo consiglio, per quanto dettato da buone intenzioni, può avere conseguenze negative sia per il bambino sia per la famiglia. L’adottare un approccio monolingue può portare non solo alla diminuzione di occasioni di interazione con i membri della famiglia, ma può anche privare i bambini dei numerosi benefici legati al bilinguismo. Consigliare i genitori a crescere un bambino esclusivamente in inglese è sbagliato anche alla luce di un crescente numero di dati che suggeriscono che è possibile, e anche utile, per molti bambini autistici parlare e usare più lingue.

Bisogni educativi speciali: bambini autistici che utilizzano più di una lingua

Il personale scolastico ha quindi un ruolo chiave da svolgere per aiutare le famiglie nel decidere se sia più adatto un approccio monolingue o multilingue nel contesto familiare. Conoscere i profili linguistici dei bambini autistici e le lingue a cui hanno accesso a casa può aiutare gli educatori a conoscere i bisogni degli alunni.

In questo senso, una recente ricerca dell’Università di Cambridge suggerisce che l’assistenza linguistica per famiglie multilingui con un bambino autistico andrebbe fornita in base al singolo caso e andrebbe rivista col passare del tempo tenendo in considerazione il continuo sviluppo linguistico del bambino.

Considerando che in alcuni casi lo sviluppo del bilingue può essere più lento rispetto a quello del monolingue, è essenziale che ai bambini autistici venga dato il tempo e l'aiuto per mantenere la loro madrelingua. Dove possibile, anche chiedere direttamente al bambino quali lingue utilizza e vorrebbe usare può essere importante nel processo decisionale e può dare autonomia – e consapevolezza – al suo sviluppo linguistico.

Alla luce della crescente interazione tra bilinguismo e autismo nella classe, sorge la seguente domanda: “Come possono gli educatori supportare gli alunni bilingui nello spettro autistico?”

Per prima cosa, può essere utile fornire opportunità sia formali che informali di interazione sociale con i pari a scuola. Ciò può favorire lo sviluppo linguistico e sociale di bambini bilingui autistici, specialmente di quelli per cui l’inglese è una nuova lingua.

Inoltre, per alcuni bambini bilingui autistici, strategie come quella di lasciare del tempo di elaborazione in più possono essere particolarmente utili per aumentare l’impegno del bambino e migliorare i risultati educativi. Questo è particolarmente vero per gli alunni con l’inglese come nuova lingua o per quelli che hanno un disturbo specifico dell’apprendimento oltre ad essere autistici. Questo gruppo di scolari può essere aiutato inserendo dei lavori creativi all’interno del curriculum scolastico e offrendo ai bambini autistici opportunità per esprimersi attraverso diversi mezzi, come l’arte e la tecnologia.

In conclusione, sia l’autismo che il bilinguismo sono visti troppo spesso come difetti anziché come “vantaggi”. È quindi fondamentale che i punti di forza e le differenze dei bambini multilingui autistici siano valorizzati all’interno della comunità scolastica.

Articolo di Katie Howard (professoressa associata in psicologia clinica presso l’Università di Exeter), pubblicato su The Times Educational Supplement (TES) online. Traduzione di Chiara Mattei.