The Bilingual Brain di Albert Costa – illuminante e sorprendente

Parlare più lingue altera il cervello? Le scoperte di una vita di ricerca sono rivelatorie.

Nell’ultimo secolo le considerazioni sul bilinguismo sono oscillate da un estremo all’altro. Per buona parte dell’immediato dopoguerra, si è creduto che il cervello di un lattante avesse difficoltà a convivere con due lingue (gli esperti sostenevano che avrebbe avuto delle ripercussioni negative sullo sviluppo scolastico e alcuni credevano che potesse portare alla schizofrenia). Ma dagli anni 60, la ricerca scientifica (unita, forse, a un maggiore apprezzamento della differenza culturale) ha fatto sì che il peso si spostasse sull’altro piatto della bilancia. Ora è abbastanza comune sentire affermazioni sugli straordinari vantaggi del bilinguismo.

Albert Costa (un bilingue spagnolo-catalano) è morto nel 2018 e questo libro è una fantastica testimonianza di una vita di ricerca sull’argomento bilinguismo. Sebbene costellato di alcuni aspetti tecnici delle neuroscienze, il libro è molto leggibile: la prosa è gentile, aneddotica, spiritosa, personale e – nonostante numerose controversie – equilibrata. Non deride i monolingui (anche loro hanno dei vantaggi), ma ci invita semplicemente a riflettere su ciò che succede se si raddoppia quella che è già una straordinaria abilità umana – il linguaggio.

I risultati della ricerca sono sorprendenti. I neonati di appena alcune ore possono già percepire un cambio di lingua. Tra i quattro e i sei mesi sono in grado di distinguere tra inglese e francese solo dai movimenti della bocca dell’oratore. A otto mesi sono in grado distinguere, osservando i movimenti delle labbra, tra due lingue alle quali non sono mai stati esposti. I bambini sono in grado di “estrarre regolarità statistiche” per dedurre quelle che, tra il flusso del suono, sono le unità di base: le nostre parole. Si chiama “strategia di segmentazione”, e funziona grazie all’uso della “probabilità transitoria” (quali sillabe di solito si trovano vicine). La maggior parte di questi risultati è ottenuta con posizionamento di sensori elettronici in manichini che raccolgono la vigilanza e l’interesse dei bambini per le novità.

Il rapido accumulo di fonemi (suoni) di un neonato comporta anche, tuttavia, un restringimento percettivo: mentre approfondisce l'inventario sonoro nelle sue lingue, il bambino diventa meno abile nel farlo in altre. Poiché si crede che il “language store” (magazzino linguistico) sia un grande secchio, non più ciotole separate, il bambino bilingue deve essere abile nella commutazione del codice, inibendo una lingua e attivando l’altra.

Ciò significa che i bilingui hanno un “accesso più lento e meno affidabile al lessico rispetto ai monolingui”. C’è un “costo di cambiamento” in cui i parlanti bilingui sono – solo per millisecondi – più lenti nel nominare oggetti comuni. Si potrebbe immaginare che il ritardo minimo sia nel recupero di parole dalla lingua più debole, ma è il contrario: “il costo del cambiamento”, scrive Costa, “è asimmetrico: la sua grandezza è maggiore per il linguaggio dominante rispetto a quello non dominante (ciò che viene chiamato ‘code-switching asimmetrico’).” Costa è chiaro riguardo a questi micro-inconvenienti: è una generalizzazione, ma generalmente è vero che “gli individui bilingui hanno un vocabolario più ridotto nelle loro due lingue rispetto ai monolingui”.

Questo non è un manifesto che sostiene che i bilingui siano geni (“non preoccupatevi del fatto che il vostro avversario a scacchi sia o meno bilingue”, scherza Costa). Ma spiega punto per punto perché i loro cervelli sono differenti: nei bambini bilingui c’è meno “bias egocentrico”. Sono in grado di vedere i problemi più facilmente dal punto di vista di qualcun altro (la differenza qui è di un 30%). Hanno un’ottima capacità di controllo dell’attenzione: ignorando inconsciamente metà delle parole del loro cervello per tutta la vita significa che sono meno sviati da quelle che vengono chiamate distrazioni “flanker”, sia negli esperimenti che, probabilmente, nella vita reale. Per via di una maggiore “riserva cognitiva”, per i bilingui molti studi hanno riportato l’insorgenza della demenza fino a quattro anni più tardi rispetto ai loro coetanei.

Per quelli di noi che non sono bilingui, ci sono comunque dei vantaggi nello studio delle lingue. Costa cita la famosa frase di Goethe “colui che non conosce le lingue straniere non sa nulla della propria”. Ma i vantaggi non sono solo a livello culturale, ma anche nella miglior capacità decisionale: siamo meno istintivi e impulsivi in una lingua straniera, più in grado di essere utilitaristi e riflessivi. (Alla domanda se vale la pena di spingere un uomo sotto a un treno per salvare altre cinque persone, le persone risponderanno in maniera più razionale e meno moralistica considerando la questione in una lingua che non sia la lingua madre). C’è meno “avversione alla perdita” quando consideriamo un dilemma al di fuori della nostra lingua. Le persone a volte sono sbalordite dal fatto che la loro rigida morale sia malleabile a seconda delle parole che sentiamo e usiamo, ma tutte le ricerche sembrano suggerire che ragioniamo diversamente quando facciamo fatica a trovare le parole giuste.

Il libro è avvincente. Nel riassumere decenni di ricerca accademica senza essere banale, Costa è generoso con i suoi coetanei e gentile dove si discosta dalle loro scoperte. Azzarda molte scommesse come tutti nel misurare ciò che c’è all’interno della testa umana. Ma lascia il lettore con il dubbio che il cervello dei bilingui sia, in minima ma rilevante parte, differente.

Articolo di Tobias Jones pubblicato su The Guardian. Traduzione di Chiara Mattei.