Miti e luoghi comuni sul multilinguismo

 

All'inizio degli anni '90, dopo la caduta del muro di Berlino e l'abolizione delle restrizioni sui viaggi, Vienna diventa una delle mete preferite dagli europei dell'est ansiosi di acquistare beni del mondo occidentale non disponibili fino a quel momento. Il mio amico Wilhelm, proveniente dalla Germania occidentale, ha ricordato una conversazione con un collega della Germania dell'est in cui si osservavano frenetici mercati. "Poveri viennesi", ha detto il tedesco dell'est, "questi europei orientali compreranno tutto e li lasceranno senza niente".
"Viennesi fortunati", ha risposto Wilhelm, "stanno facendo l'affare della loro vita".
Ovviamente i loro commenti riflettono differenti realtà economiche nelle quali sono cresciuti, ma mostrano abbastanza bene il contrasto generale tra i modelli di "risorsa limitata" e di "valore aggiunto".

I modelli di risorsa limitata sono così semplici e intuitivamente convincenti che tendono ad essere applicati implicitamente, senza troppe riflessioni critiche (per non parlare di prove empiriche), a un'ampia serie di dibattiti economici, sociali e politici (ad esempio, l'immigrazione). La loro maggiore debolezza è che, diversamente dai modelli di valore aggiunto, non prendono in considerazione le interazioni tra i singoli componenti e la capacità dei sistemi efficienti di adattarsi e riconfigurarsi. Le persone che comprano merci non stanno solamente svuotando un magazzino, bensì stimolano la produzione di nuovi beni e lo sviluppo di prodotti migliori. Gli immigrati non portano solo via lavori, ma, stimolando la crescita economica, di fatto possono crearne di nuovi.

La prima volta che ho incontrato Dina Mehmedbegovic all'European Commission Multilinguism Panel a Bruxelles nel settembre 2016, eravamo sbalorditi dallo scoprire quanto le nostre due discipline, istruzione e scienza cognitiva, avessero in comune in termini di supposizioni fatte rispetto all'apprendimento e all'utilizzo della lingua. Nella nostra prima pubblicazione insieme, nel maggio 2017, abbiamo esplorato l'idea di una "dieta linguistica salutare", dall'istruzione della scuola primaria all'invecchiamento cognitivo, fino alla prevenzione contro la demenza. Nella seconda, pubblicata questa settimana, abbiamo esplorato sistematicamente tre importanti supposizioni implicite, sottolineando le attuali controversie che riguardano il multilinguismo.

La prima consiste nel sopra citato modello di risorse limitate.
Il recente dibattito apparso sul Guardian riguardo i pregi e gli svantaggi dell'imparare una lingua straniera, insieme all'articolo di Viorica Marian, una dei massimi esperti di
bilinguismo, alla quale è stato recentemente detto da un'infermiera pediatrica di parlare solo inglese al suo bambino per evitare di confonderlo, mostrano quanto questo modo di pensare sia ancora largamente diffuso. Tra i preconcetti diffusi si trova ancora quello secondo cui insegnare lingue straniere nelle scuole "impedisce" agli allievi di imparare materie "più utili", come la matematica (tralasciando il fatto che imparare le lingue può di fatto migliorare i risultati in altre materie). Queste discussioni continuano da una vita: una nuova impresa sociale -Lingo Flamingo- ha molto da lavorare per convincere gli operatori sanitari professionisti che insegnare le lingue a pazienti affetti da demenza non sia pericoloso, ma che possa addirittura migliorare le loro abilità cognitive.

La seconda supposizione è il "mito della madrelingua", l'idea che lo stato "normale" del cervello umano, della mente e della società sia avere una chiara e definita "lingua
madre"; si possono imparare altre lingue, ma solo in un secondo momento. Domande di censimento come quelle usate in Inghilterra, che consentono ad ogni individuo di nominare solo una "lingua di casa", perpetra questo luogo comune. Il desiderio di uniformità linguistica si applica non solo agli individui, ma anche alle nazioni. Una delle espressioni più chiare dell'idea di unità linguistica, sociale e politica riguardo la singola lingua è stata recentemente espressa in un tweet del ministro dell'educazione francese J.M. Blanquer del 15 novembre 2017: “Il y a une seule langue française, une seule grammaire, une seule République” ('Esiste una sola lingua francese, una sola grammatica, una sola Repubblica').

La terza è la convinzione che l'unico obiettivo utile dell'apprendimento delle lingue è
raggiungere le competenze di un nativo. Anche se l'obiettivo di raggiungere alti livelli di competenza è a fin di bene, fondamentalmente tale atteggiamento impedisce alle persone di apprezzare i numerosi benefici dell'apprendimento delle lingue.

Come mostriamo, non esiste quasi nessuna prova a favore di queste supposizioni, nemmeno nell'istruzione o nelle scienze cognitive e del cervello; infatti molte delle attuali ricerche le contraddicono.

Comunque, come già precisato, queste supposizioni sono strettamente connesse alle ideologie politiche che dettano cosa sia "normale" per gli individui e per i paesi.
Riteniamo che queste credenze, spesso implicite, possano esercitare una profonda influenza sui nostri pensieri. I partecipanti ai test, di cui esaminiamo i risultati, così come i ricercatori che analizzano e interpretano i dati, sono esseri umani, profondamente radicati nelle loro lingue, culture, società e valori. Non possiamo studiare le prestazioni umane isolatamente dalle credenze e dalle attitudini umane che le influenzano. Le scienze sociali e cognitive e gli studi umanistici sono solitamente trattati separatamente, e si osserva un limitato scambio di idee tra loro. Ma crediamo di aver molto da imparare gli uni dagli altri. Come proposto dai modelli di valore aggiunto, una sintesi è più di una somma delle sue parti. Il cammino è lungo, ma speriamo di aver fatto un passo avanti nella giusta direzione.

 

 

Post del Dott. Thomas Bak, co-direttore di Bilingualism Matters pubblicato il 22 novembre 2017
Traduzione di Andrea Guelfi e Veronica Schmalz