Parlo dialetto. Sono bilingue?

Parlo dialetto. Sono bilingue?

Comunemente, quando si parla di bilinguismo, il primo pensiero va alle persone che sono cresciute in una famiglia parlando più di una lingua ufficiale. Ma come si possono definire allora i casi in cui le persone usano una lingua standard, come l’italiano o l’inglese, e un dialetto locale? Questa situazione è comune in molti paesi nel mondo.

Da un punto di vista linguistico, i dialetti regionali sono ricchi e complessi quanto le lingue standard, anche se, in alcuni casi, hanno suoni, vocaboli e grammatica simili. Ma da un punto di vista storico e amministrativo, le lingue ufficiali e i dialetti hanno status differenti, e questo si rispecchia spesso nei vari contesti in cui sono utilizzati: ad esempio, l’utilizzo della lingua standard (ufficiale) è incoraggiato a scuola, mentre la sua variante locale può essere utilizzata a casa.

Questa differenza di status, insieme alle similarità linguistiche tra lingua standard e dialetto, può portare le persone a non notare il bilinguismo di chi parla anche un dialetto. Negli ultimi anni, però, nella ricerca sul bilinguismo si è cominciato a prestare più attenzione ai diversi fattori che hanno un impatto sull’esperienza linguistica, come la qualità dell’esposizione ad una lingua e in questa prospettiva alcuni ricercatori hanno cominciato a chiedersi se il bidialettismo (che è il bilinguismo di una persona che parla una lingua nazionale e uno o più dialetti regionali) è comparabile al bilinguismo. In particolare, i ricercatori si sono chiesti se il bi-dialettismo può avere effetti sui risultati scolastici, sull’agilità cognitiva e sull’attenzione, elementi collegati al bilinguismo in altre ricerche.

Un gruppo di ricercatori dell’Università di Cambridge e dell’Università di Cipro ha esaminato il caso di scolari capaci di parlare sia greco standard che greco cipriota. La maggior parte dei ciprioti sa esprimersi sia in greco che in dialetto cipriota, ma queste due lingue sono così simili che alcune persone percepiscono il greco cipriota solo come una varietà della lingua nazionale. I ricercatori hanno testato bambini di età differenti (in media 7 anni e mezzo) con esercizi usati solitamente nelle ricerche sugli effetti cognitivi del bilinguismo, che includono la conoscenza della lingua, l’intelligenza generale, la memoria a breve termine e i processi dell’attenzione. Sono stati testati tre gruppi di bambini:

1. greci monolingui, che frequentano scuole monolingui sulla terraferma;

2. greci bilingui che parlano greco e inglese, che frequentano scuole internazionali sulla terraferma;

3. bambini bi-dialettali di Cipro. I ricercatori hanno poi comparato i risultati dei tre gruppi con un’analisi matematica finemente dettagliata e hanno scoperto che:

a. il gruppo di bambini bilingui sulla terraferma ha il rendimento migliore nei test dell’attenzione;

b. mentre i bilingui si sono dimostrati migliori degli altri due gruppi, i bi-dialettali sono risultati migliori dei monolingui.

Questo studio quindi conferma le precedenti scoperte degli effetti positivi sulle abilità generali collegate al bilinguismo e suggerisce che queste si estendano ai casi di persone che parlano due lingue o dialetti simili.

Un altro studio condotto da un gruppo di ricercatori norvegesi riguarda gli effetti dell’utilizzo di due lingue simili tra loro sui risultati scolastici. L’aspetto interessante della ricerca consiste nel fatto che una varietà dialettale considerata viene usata solo per scrivere, e non per parlare. In norvegese ci sono due modi di scrivere e leggere: uno è chiamato Bokmål, ed è quello usato normalmente; l’altro è chiamato Nynorsk ed è meno usato. In generale, queste due varietà riflettono diverse differenze dialettali del norvegese parlato, con il Bokmål, che rappresenta la varietà standard di Oslo e dintorni, e il Nynorsk che invece rappresenta i dialetti occidentali.
In realtà, però, la distribuzione delle due lingue standard scritte implica che chi è cresciuto usando il Nynorsk a scuola è anche competente in Bokmål già dalla tenera età, mentre l’opposto non è necessariamente vero. Coloro che utilizzano il Nynorsk possono essere quindi descritti come bi-dialettali.

Il gruppo dei ricercatori ha analizzato i dati raccolti dal governo sugli esiti degli esami degli studenti a partire dal 2004, suddivisi per distretti. I risultati scolastici dei distretti in cui è utilizzato il Nynorsk sono stati comparati con quelli dove viene utilizzato solo il Bokmål. Il confronto ha evidenziato che i risultati erano migliori nei comuni dove veniva usato il Nynorsk.

La differenza è risultata anche più rilevante quando i ricercatori hanno messo in conto altri fattori, come il livello di educazione complessivo, il livello di benessere e il livello di disoccupazione.

I due studi (sul dialetto cipriota e sul Nynorsk in Norvegia) suggeriscono che non importa quanto due lingue siano simili o se vengono utilizzate solo per parlare o per scrivere: l'utilizzo di più di una lingua nella vita di tutti i giorni e la dimestichezza nell’esprimersi in più lingue non risultano mai d’intralcio, ma anzi sembrano rappresentare un prezioso allenamento per la mente.

 


Per approfondimenti:
Kyriakos Antoniou, Kleanthes K. Grohmann, Maria Kambanaros, Napoleon Katsos (2016): The effect of childhood bilectalism and multilingualism on executive control, Cognition, 149, 18-30. 
Øystein A. Vangsnes, Göran B. W. Söderlund & Morten Blekesaune (2015): The effect of bidialectal literacy on school achievement, International Journal of Bilingual Education and Bilingualism, 1-16. 
Il testo inglese di Michela Bonfieni è stato tradotto in italiano da Julia Dossantos e Maria Sofia Facchinelli.