Parlez-vous italiano very well?


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Secondo le stime il 60-70% della popolazione mondiale parla almeno due lingue. Molti paesi hanno più di una lingua ufficiale – il Sudafrica ad esempio ne ha undici. Inoltre, oltre che utile, al giorno d'oggi è quasi necessario conoscere una delle cosiddette «super lingue» quali inglese, cinese, hindi, spagnolo o arabo. Essere monolingue come capita a molti madrelingua inglesi rappresenta un caso eccezionale e persino uno svantaggio.
Il multilinguismo presenta numerosi vantaggi dal punto di vista sociale, psicologico e della qualità della vita. Per chi parla più lingue i tempi di riabilitazione dopo un infarto sono più veloci e i primi sintomi di demenza senile si manifestano più tardi. È possibile quindi che il nostro cervello sia predisposto per il multilinguismo e che chi parla una lingua soltanto non sfrutti il suo potenziale?

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L'uomo ha cominciato a scandire le prime parole all'incirca 250.000 anni fa. In seguito non è passato troppo tempo perché si sviluppasse una vasta gamma di lingue. L'evoluzione della lingua è paragonabile a quella della vita. Tuttavia, se i mutamenti genetici sono dovuti soprattutto all'ambiente circostante, sono gli input sociali a far evolvere una lingua.
Quando i primi uomini hanno imparato a esprimersi a parole, molte tribù con pochi membri vivevano disseminate su ampi territori. Durante i loro spostamenti poteva capitare che si  imbattessero in gruppi stranieri: per forza di cose alcuni di loro hanno imparato a capirsi reciprocamente, sia per proteggersi sia per favorire la riproduzione.
Ancora oggi in Australia esistono 130 lingue indigene. In un certo senso il multilinguismo fa parte del territorio. «Se si cammina con qualcuno e nel frattempo si parla con lui, una volta attraversato un fiume quella persona passerà improvvisamente a parlare un'altra lingua», afferma Thomas Bak, neurologo all'Università di Edimburgo. «Le persone parlano le lingue della terra.» Il fenomeno si riscontra anche altrove. «Si prenda l'esempio del Belgio. Se si sale su un treno a Liegi gli annunci verranno trasmessi prima di tutto in francese, passando per Lovanio in olandese, da Bruxelles in poi nuovamente in francese.» […]
La lingua mostra da dove veniamo e in questo senso riveste un ruolo politico. Durante l'imperialismo nel XIX secolo era malvista la tendenza a parlare una lingua che non fosse quella della madre patria. La lingua tuttavia è anche qualcosa di personale: il modo in cui ci esprimiamo mostra chi siamo. […] Già negli anni Sessanta è stato dimostrato dalla ricerca. A questo proposito gli esperimenti della linguista Susan Ervin-Tripp sono stati determinanti. Ervin-Tripp ha chiesto a donne bilingui che conoscevano il giapponese e l'inglese di concludere le stesse frasi in entrambe le lingue. Ha scoperto così che a seconda della lingua il risultato finale era completamente diverso (American Anthropologist: Ervin-Tripp, 1964). Ad esempio la frase «Se i miei desideri vanno contro quelli della mia famiglia…» terminava in giapponese con «è una disgrazia» mentre in inglese con «faccio quello che voglio». Un altro esempio: in giapponese la conclusione per la frase «I veri amici dovrebbero…» era «aiutarsi a vicenda», in inglese invece era «essere sinceri». Come ha concluso Ervin-Tripp i pensieri si formano a seconda della lingua. Di conseguenza le persone bilingui hanno più di un modo di pensare e i plurilingui più di due – una teoria eccezionale supportata dagli studi degli ultimi decenni.

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In molti sono giunti alla conclusione che le persone bilingui superino quelle monolingui in svariati contesti cognitivi e sociali, dai test verbali e non verbali fino alla domanda quanto bene capiscano le intenzioni di una persona e quello che sta dicendo. (Trends in cognitive sciences: Bialystok, Fergus & Luk, 2012). Le persone bilingui dunque sarebbero più empatiche perché metterebbero da parte più facilmente i propri sentimenti e potrebbero concentrarsi meglio su quelli di colore che hanno di fronte. (Journal of Experimental Psychology: Rubio-Fernández & Glucksberg, 2012).
«Sono migliori delle persone monolingui – più veloci e precise», afferma Panos Athanasopoulos, professore di psicolinguistica e scienze cognitive del bilinguismo all'Università di Lancaster.
Questo lascia intendere che le loro reti neurologiche funzionino diversamente. […] Le persone bilingui e monolingui appaiono diverse anche sottoponendole a una TAC. «I primi hanno chiaramente più materia grigia dei secondi nell'area 25, chiamata anche «corteccia cingolata anteriore (ACC, anterior cingulate cortex)», dichiara il neuropsicologo Jubin Abutalebi dell'Università di San Raffaele di Milano. Il motivo è che quest'area del cervello viene utilizzata molto più spesso. «L'ACC è una sorta di muscolo cognitivo», più la si usa, più grande, forte e flessibile diventa. Come mostra la diagnostica per immagini, nel cervello di un bilingue le lingue sono costantemente in competizione. Quando si parla una lingua, l'ACC fa pressione per ricorrere alle parole e alla grammatica dell'altra. (Language and cognitive processes: Abutalebi, 2008). Non solo: il cervello nel frattempo deve anche decidere quando e come utilizzare una lingua. I bilingui raramente fanno confusione tra le due lingue, ma nel corso della conversazione tendono a inserire parole o frasi dell'altra lingua se sanno che l'interlocutore è in grado di capirli.

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Potersi concentrare meglio, risolvere velocemente problemi e avere capacità multitasking risulta molto utile nella vita quotidiana. Il vantaggio più entusiasmante del bilinguismo però si riscontra durante la vecchiaia, quando le capacità mentali che controllano il pensiero e il comportamento si indeboliscono. Il bilinguismo mantiene in forma il cervello: rimanda la demenza fino a cinque anni dopo rispetto ai monolingui affetti dalla stessa patologia (Neuropsychologia: Bialystok, Craik & Freedman, 2007) e favorisce la guarigione dopo un trauma cerebrale. Uno studio che ha coinvolto 600 indiani che avevano subito un ictus ha dimostrato che per chi parlava due lingue i tempi di recupero sono stati due volte più veloci rispetto ai soggetti che parlavano solo la loro lingua madre (Stroke: Alladi et al., 2015).

Come spesso accade, ci sono ricerche che mettono in discussione il consenso nella comunità scientifica. Negli ultimi anni i ricercatori hanno pubblicato studi che non dimostravano le conclusioni precedenti o che addirittura arrivavano a risultati completamente diversi. In particolare, è stata pubblicata un'analisi sulla rivista scientifica Cortex secondo cui parlare due lingue non comporterebbe nessun vantaggio, fatta eccezione per rari casi isolati (Paap, Johnson &
Sawi, 2015). Il neurologo Thomas Bak però la vede in modo diverso: gli esperimenti psicologici e la tecnica del trattamento delle immagini porterebbero prove schiaccianti che il cervello delle persone monolingui e bilingui sono diversi (Cortex: Bak, 2015). Il metodo di analisi dei colleghi dunque sarebbe errato.

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Il bilinguismo quindi renderebbe più forti le nostre capacità cognitive fino a tarda età. È davvero così? Finché non potremo contare su una conclusione definitiva, dovremmo tutti parlare, talk, halbar, parler, beszél, berbicara più lingue possibili.

 

Di Gaia Vince
Pubblicato su Mosaic - the science of life il 7 agosto 2016
Tradotto dall'inglese e pubblicato su Zeit Online il 19 febbraio 2017
Tradotto in italiano da Andrea Guelfi.