L'istruzione non si limita ai banchi di scuola e il bilinguismo ne costituisce una parte importante


La fiducia nel valore dell'istruzione è tra le idee più profondamente radicate e universalmente diffuse nel mondo accademico. Viene vista come qualcosa di positivo: più se ne ha meglio è; al contrario, la sua mancanza è uno dei mali peggiori. In fondo si tratta del nostro lavoro, della nostra missione e, in larga misura, della nostra raison d'être.

Com'era prevedibile, le scoperte secondo cui l'istruzione può proteggere dalla demenza sono state accolte immediatamente con entusiasmo: questa è la prova tangibile del motto latino non scholae sed vitae discimus, «non impariamo per la scuola, ma per la vita». A dire il vero, i risultati non sono mai stati così inequivocabili come si vorrebbe: in alcuni studi gli effetti dell'istruzione venivano limitati in condizioni specifiche quali l'ambiente rurale o il genere femminile e i risultati variavano notevolmente da paese a paese (Bak & Alladi 2016); tuttavia, non è mai stato messo in discussione il principio secondo cui l'istruzione sia uno dei modi migliori per proteggere il nostro cervello.

[...]

Il recente articolo di Ramakrishnan et al. (2017) si propone di confrontare sistematicamente gli effetti dell'istruzione e del bilinguismo sull'età di inizio del deterioramento cognitivo lieve (conosciuto anche con la sigla MCI, mild cognitive impairment), che costituisce lo stadio precursore della demenza. In India, sebbene come in molti altri paesi il bilinguismo tenda a essere più diffuso tra le persone con un livello d'istruzione più elevato, le due variabili possono essere separate. In particolare, non è raro trovare persone con un livello di istruzione scolastica minimo, se non addirittura assente, in grado di parlare due o più lingue. Questo permette di confrontare gli effetti del bilinguismo e degli anni di istruzione sull'età di inizio del deterioramento cognitivo lieve. La differenza tra soggetti bilingui e soggetti monolingui era decisamente significativa (65.2 rispetto a 58.1 anni), un intervallo decisamente più considerevole dei 4-5 anni riportati negli studi precedenti sul rapporto tra il bilinguismo e la demenza. Al contrario, l'effetto dell'istruzione era più discreto: 59.1 anni per le persone con meno di 10 anni di istruzione alle spalle, 62.6 per chi ne aveva tra 10 e 15, 62,2 per coloro che ne avevano più di 15.

L'effetto positivo dell'educazione sulle capacità cognitive in tarda età è quindi soltanto un mito in cui continuiamo a credere perché ci offre un argomento in più sull'importanza delle scuole e delle università? Non è questo il messaggio che vuole trasmettere l'articolo. L'educazione è importante, ma bisogna considerarla in un'ottica più ampia che non si limita ai banchi di scuola.

Molti criteri nella misurazione del livello di istruzione impiegati negli studi sulle capacità cognitive sono alquanto approssimativi: il numero di anni passati in una scuola, l'età alla quale si è ottenuto il diploma/la laurea oppure il grado d'istruzione più alto raggiunto. In ogni caso, tali criteri non tengono conto delle differenze nella qualità tra le scuole (né, per altro, tra le università) né di qualsiasi tipo di istruzione ricevuta al di fuori di esse.
Equiparare l'istruzione con la frequenza scolastica si fa ancora più problematico nelle società non alfabetizzate. Nella società umana la trasmissione della conoscenza risale a prima dell'invenzione della scrittura e anticipa di millenni l'istituzione delle scuole propriamente dette. Nei paesi come l'India questo tipo di tradizione si è conservato fino ai nostri giorni: un artigiano affermato ed esperto nel suo lavoro potrà essere analfabeta, ma sarebbe errato definirlo “ignorante”.

Questo vale non soltanto per i paesi in via di sviluppo. Milioni di rifugiati e immigrati giunti nel mondo occidentale portano con sé in termini di istruzione molto più di quanto possano suggerire gli anni passati a scuola, spesso interrotti a causa di guerre e spostamenti. Uno di questi tesori sottostimati è la conoscenza delle lingue. Molti di loro, che fanno parte di minoranze etniche e linguistiche o provengono da località in cui il multilinguismo è diffuso (si prendano ad esempio l'Asia meridionale o l'Africa), parlano fluentemente più di una lingua. Anche questa è una forma di istruzione che porta con sé non solo benefici sociali e culturali, come mostra questo studio, bensì anche di salute. Il bilinguismo e la conoscenza delle lingue dunque dovrebbero essere riconosciuti come una parte cruciale dell'istruzione, indipendentemente se siano stati acquisiti in famiglia, a scuola, sul luogo di lavoro o in qualsiasi altro contesto. Se vogliamo comprendere l'influenza dell'istruzione sul cervello e sulla nostra società dobbiamo apprezzarne la natura complessa e sfaccettata. E le lingue ne costituiscono una parte importante.

 

 

Thomas H Bak, co-direttore di Bilingualism Matters
Traduzione in italiano di Andrea Guelfi